Sammenedètte | “Vòta cì”, storie di funai



Ogni qualvolta si pensa e ci si immerge nella cultura rivierasca ci si imbatte nella figura del marinaio, “lu marenare”, che con la sua tenacia riesce ad affrontare le insidie del mare. Invece un’altra categoria lavorativa, complementare ma non di certo secondaria, è quella dei funai: uomini e lavoratori indefessi che sono riusciti ad imprimere una vera e propria “fabbrica artigianale” nella produzione di funi e cordami nella Riviera delle Palme. Essi stessi, con la costituzione del loro sentiero su cui operavano, compivano un andirivieni che determinava la filatura della canapa o meglio del nocchio (matassa che veniva posta sulla cintola nella realizzazione dei cosiddetti “fezzùle”). Stando alle dimensioni ricavate si potevano distinguere funai di grosso e di fino, che con maestria e sapienza sapevano “commettere” i filamenti di una fibra tessile molto ricercata nel secolo scorso per varie finalità. Al giorno d’oggi sarebbe forse definitivo un lavoro minorile, ma un tempo non molto remoto venivano impiegati anche i bambini (in età scolare e anche prescolare), affinché girassero la ròte, come si deduce dal termine gergale una ruota in legno che consentiva di attivare il congegno tessile. Si era soliti osservarli lungo l’alveo del Torrente Albula (“lu Fusse”), che alle volte li rendeva soggetti a inondazioni improvvise. Dunque il loro contributo così fattivo e dedito ad una crescita economica e produttiva della città lì erigono al rango di simboli della cultura marinara.


si ringrazia Francesco Casagrande

Fonte foto: https://bibliotecalesca.wordpress.com/2014/02/01/san-biagio-si-ricordano-le-figure-di-funai-canapini-e-retare/

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