«Quando a Taranto feci la radiocronaca a bordocampo. E come riuscii ad armene tranquillo»


La storia della Samb è ricca di aneddoti, episodi più o meno conosciuti che la rendono unica e che magari non tutti gli appassionati rossoblù conoscono. Noi proviamo a raccontarveli attraverso le parole di chi ha vissuto in prima persona quei momenti (giornalisti, calciatori e semplici tifosi) dando vita ad un viaggio senza tempo.

È di nuovo Pasquale Bergamaschi a far da portavoce, tramite un divertente – ma non troppo – episodio accadutogli da radiocronista in quel di Taranto.

Pasquale, quanto è grande la differenza tra un radiocronista di oggi con quelli di ieri?

«È una differenza abissale, non solo per il mestiere in sé, ma anche per l’ambiente, per le normative, per le apparecchiature; si può definire un altro mondo. Ricordo che ai miei tempi molte radio erano private e pirate, non c’era ancora l’odierna legge che regola il sistema radiotelevisivo. Una volta, ad esempio, ero in trasferta a Taranto con un mio amico e collega (ci recammo laggiù con un pullman di ultras, una ventina), e ci attendeva la radiocronaca di Taranto – Samb per Radio102. Il problema sorse quando scoprimmo di avere soltanto un accredito per la tribuna stampa, situazioni del genere si verificavano frequentemente. La risolvemmo facendo la conta per chi dovesse tenere l’accredito: la sorte mi sorrise, ed il mio amico si recò su un balcone di una casa dietro allo stadio -escamotage assai frequente-, con una visibilità non perfetta e con il freddo a fargli compagnia. Io, invece, giunto in tribuna trovai il mio posto già occupato, e quel tizio non volle proprio saperne di andarsene, così mi vidi costretto a fare la radiocronaca da bordocampo, con i tifosi tarantini tutti alle mie spalle, che controllavano il mio operato. Fui abbastanza fortunato, perché quel Taranto era nettamente superiore alla Samb, e vinse la partita, mentre io facevo controllare ai tifosi gli elogi che avevo scritto sulla loro squadra: ne risultarono piuttosto soddisfatti, così riuscii ad andarmene tranquillo».

Gian Marco Calvaresi

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