Sammenedètte | Lu Scijò fra mito, cultura e miscredenza


Osservato il periodo di stasi nell’ambito della pesca, cioè quello del fermo biologico che obbliga la flottiglia ad ormeggiare le proprie imbarcazioni, si giunge di nuovo in mare con il lavoro costante e duraturo dei nostri uomini. Molti sono i fattori che intercorrono nell’acqua, per cui l’accezione più appropriata non può che essere la vernacolare “jè manche la terre sotte li pì”. Il mare determina le variabili e le dinamiche che possono incombere nei frangenti meno attendibili, un po’ nel mare come nella vita. Nell’immenso contesto marinaro balza all’attenzione un episodio specifico in cui le onde si increspano, le nubi si addensano ed il cielo diviene plumbeo: è quando si abbatte il cosiddetto “Scijò”, tromba marina che come una scure piomba sull’incolumità dei marinai. Nella tradizione marinara, quella che vedeva intere famiglie impegnate nella vita di mare, spettava al primogenito della famiglia proprietaria della barca pronunciare una dicitura (che talvolta poteva anche risultare blasfema) per scongiurare gli eventi imprevedibili. L’uomo si poneva a prua e come nelle movenze di uno spadaccino avveniva la “rottura” del tetro banco nuvoloso mettendo in salvo i “legni”. Uno dei tanti episodi che, nella vita di mare, vedono collidere sfera religiose, se non a volte mitologiche, ad altre prettamente naturali.

si ringrazia Francesco Casagrande

Fonte foto: http://www.trnews.it/2013/12/03/naufragio-san-foca-due-pescatori-tornano-riva-nuoto/68675


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