Ottavio Palladini si racconta ad Hell Clab Podcast: «Il calcio italiano è cambiato culturalmente»

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Ottavio Palladini a 360° tra passato, presente e prospettive future, non solo personali ma anche del calcio italiano. È stato un intervento molto interessante quello della bandiera della Samb nell’ultima puntata di Hell Clab Podcast. Nel salotto del “Clab”, l’ex centrocampista ed ora allenatore sambenedettese ha ripercorso diverse tappe della sua carriera, raccontando diversi aneddoti e facendo capire, soprattutto per chi l’ha vissuto “dall’interno”, quanto possano essere marcate le differenze tra il calcio degli anni Novanta e quello attuale.

«Il calcio italiano è cambiato dal punto di vista culturale. Ai miei tempi, il nostro divertimento era il pallone e quasi null’altro, mentre ora le distrazioni sono molte di più e quindi i ragazzi si stanno allontanando e disinnamorando di questo sport: da piccolo andavo a piedi al Ballarin, vedevo la partita della Samb e poi correvo al campetto dei frati di Sant’Antonio a giocare con gli amici, fingendo di essere uno di quei miei idoli che avevo appena visto giocare – le parole di Palladini –. In Italia, a differenza di altre realtà europee, viene prima il risultato della crescita dei giovani: non sappiamo aspettare. Gli allenatori devono ricevere il giusto compenso, la giusta preparazione e, soprattutto, chi ha le migliori qualità deve essere inserito all’interno dei settori giovanili. Molti ragazzi dei più grandi club italiani credo che non riuscirebbero a sopportare la pressione di una piazza calda come quella di San Benedetto, di Pescara o simili: inserirli in contesti del genere li aiuterebbe a crescere sotto tutti i punti di vista, soprattutto caratteriale. In passato, dalla Samb vennero fuori diversi calciatori che poi riuscirono a fare carriera: per quanto mi riguarda, sono stato bravo, caparbio e fortunato a cogliere l’occasione che mi si presentò quando avevo solamente diciassette anni. Quando a vent’anni segnai sei gol in Serie A non chiesi e non venni chiamato dal Pescara per ricevere un aumento di stipendio, mentre oggi ad un giovane calciatore basta poco per guadagnare milioni. Nei miei ventuno anni di carriera ho vissuto un calcio più tecnico che fisico, mentre ora è esattamente l’opposto: il “giocatore pensante” è sempre più merce rara».

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Passaggio intenso, naturalmente, quello riguardo le molteplici esperienze da allenatore alla Samb: l’ultima, sicuramente tra le più intense, quella che ha portato prima alla vittoria del campionato di Serie D e – tra le altre cose – alla disputa del derby con l’Ascoli.

«Come allenatore mi hanno dato l’etichetta di difensivista, ma non capisco da cosa sia nata visto che i numeri vanno da tutt’altra parte. Cosa vuol dire tornare a vivere il derby con l’Ascoli? L’attesa è stata estenuante, arricchita ancora di più da tutto ciò che si è creato intorno: la partita è stata bella e corretta, anche se avremmo meritato di portare a casa un punto; abbiamo dato una dimostrazione di forza e di attaccamento alla maglia che, tre giorni dopo, ci ha restituito i meritati frutti con il successo in Coppa Italia. L’avventura con la Samb si è interrotta in un momento che, ad oggi, non reputo del tutto idoneo per quella scelta, ma non contesto la decisione e da tifoso sono felicissimo che poi alla fine sia stata raggiunta la salvezza. Dopo l’esperienza al Porto Sant’Elpidio ho deciso di tornare a San Benedetto con la consapevolezza di correre un grande rischio, ma una chiamata del genere non può essere rifiutata».

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