È una sorta di B2 il girone, di cui farà parte la Samb, alla sua seconda stagione consecutiva di Serie C. Ad alzare l’asticella ci sono le 3 retrocesse dai cadetti (Spezia, Reggiana e Pescara), oltre a due protagoniste del passato campionato (Ravenna e Campobasso) e all’incognita Perugia, appena tornato nelle mani della famiglia Gaucci. Appare invece piuttosto esiguo il lotto delle compagini presumibilmente designate a sgomitare per quella sopravvivenza, arpionata lo scorso 26 aprile dalla formazione di Roberto Boscaglia all’ultimo secondo dell’ultima partita.
Da dove ripartire allora? Direi proprio da quel “partido del siglo”, di cui tanti avvertono ancora addosso una memorabile emozione. Primo proprio per portare in dote all’inizio di questo nuovo percorso adrenalina ed entusiasmo figli dei minuti più pazzeschi della storia rossoblù, secondo per evitare di incappare nelle stesse sofferenze sfociate in una salvezza conquistata a dir poco col fiatone e con diverse coronarie messe a rischio. È proprio in quest’ottica, ossia con l’obiettivo di navigare in acque più tranquille, che si sta muovendo la dirigenza rossoblù, la cui virata nella composizione della rosa è evidente. Mentre un anno fa si puntava su giovani promesse, attinte prevalentemente dalla Serie D (solamente 2 calciatori, Dalmazzi e Marranzino, avevano calcato la terza serie nella stagione precedente), ora il direttore sportivo Andrea Mussi, con la supervisione di mister Boscaglia (e lo stesso staff tecnico annovera anni di militanza nel professionismo) sta reclutando esclusivamente chi ha un recentissimo trascorso in Serie C.
L’attuale pausa di riflessione è motivata da un mercato in generale sempre più ristagnante di anno in anno (non solo in terza serie), dalle nuove regole sul Salary Cap, obbligatorio da questa stagione in Serie C, e dalla buona norma per la quale in fase di preparazione e di composizione del mosaico è giusto lasciarsi qualche tassello (nel caso specifico un paio di attaccanti, di cui almeno uno avvezzo al gol, e un centrocampista di qualità) da sistemare, tenendo conto dei primi riscontri del campo e del tempo ancora a disposizione prima della chiusura delle operazioni prevista il prossimo 1 settembre. È questo anche il quarto campionato della società targata Vittorio Massi, che tra fautori (molti) e detrattori (pochi) i risultati oggettivamente, per merito, programmazione, competenza, fortuna o congiunzione astrale che sia, li ha comunque ottenuti. Ha centrato un’entusiasmante promozione, dopo averla sfiorata il primo anno, poi confermata dal raggiungimento della permanenza in Serie C; il tutto, da sottolineare, con un bilancio a posto. Ma ha anche nutrito quell’orologio senza lancette, che è l’infinita passione del popolo rossoblù, sta cullando una nuova generazione di tifosi, ha coinvolto almeno come partnership il tessuto imprenditoriale locale, è integrata nel territorio con iniziative sociali, di solidarietà e culturali (un esempio recente il lancio dell’attuale campagna abbonamenti con lo slogan mutuato dalla poetessa Bice Piacentini), sta progettando, tra mille pastoie burocratiche, interventi per riqualificare gli impianti sportivi, sta strutturando adeguatamente il settore giovanile (un progetto che richiede tempo e investimenti) con l’ingaggio di validi formatori e tecnici. Insomma, tutto quello che l’ambiente sambenedettese cercava (e sognava) da oltre trent’anni, quanti sono quelli costellati da un perpetuo “vandalismo” societario, eppure si storce ripetutamente il naso.
Certo gli errori non sono mancati (ma direi anche che fosse impossibile non farne) soprattutto negli approcci ai primi campionati sia in Serie D che C, in alcune scelte a dir poco avventate (vedasi esonero di Ottavio Palladini) e in una comunicazione “stitica” con gli organi di informazione e tramite questi col pubblico (anche se non bisogna confondere la mancanza di trasparenza con la necessaria riservatezza richiesta dalle trattative di mercato e societarie). Ma in un mondo fatto sempre più di eccessi e difetti e di tanto sensazionalismo, con annessa polemica a prescindere e ad oltranza, si dovrebbe rivalutare quella virtù dell’equilibrio, oggigiorno spesso e volentieri deprezzata. Perché è giusto e pure costruttivo criticare, purché nei dovuti termini (come è stato fatto e lo sarà in futuro anche da questa testata), Vittorio Massi e i suoi collaboratori, ma anche doverosamente riconoscerne gli indubbi meriti.
Alessio Perotti






















