Sammenedètte | Da lu scardezzà alla vevetélla: il rapporto tra marinai e contadini


L’attività marinaresca da sempre si erige come baluardo in termini di tecniche del lavoro. La flottiglia sambenedettese ha vissuto, nel corso degli anni, dei momenti floridi ed anche celebrativi, dato che la si riteneva una delle migliori a livello nazionale, seconda soltanto a quella siciliana di Mazara del Vallo. In un contesto simile continui e proficui erano i rapporti che si stabilivano con la popolazione dell’entroterra. Nella stagionalità ciclica delle operazioni che avvenivano nei campi, a partire dalla trebbiatura, ove le donne si affaccendavano nella spigolatura (“lu scardezzà”), si stabiliva una collaborazione al fianco dei contadini, spesso affettuosamente ribattezzati come “stabbiarule”, coloro che pulivano il letame (lo stabbio) nelle stalle. Con ciò sia ben chiaro che non avveniva nessuna sottomissione, bensì un filiale apporto e supporto alla vita agreste; anche se chi proveniva dal mare era spesso in soggezione, perché si imbatteva in un bagaglio sociale e culturale molto differente. Un altro impegnativo momento era la “vellegne”, la vendemmia settembrina che era stemperata come tutt’oggi si suol dire “l’ùve è fatte e le fichure pènne”. Ci si inseriva come d’uopo nel clima festoso che consolidava gli animi e più che altro rendeva il giusto “profitto” umano, non monetario dato che si era dediti senza immanenze e manchevolezze a questo lavoro. A chi non riusciva a reggere i ritmi, o per l’avanzata età o per il gracile fisico, veniva assegnato il compito di “pertà la vevetélla”, ossia di rifocillare di vivande i vignaioli.

si ringrazia Francesco Casagrande


Foto: http://www.guardiacostiera.gov.it/san-benedetto-del-tronto/Pages/Foto-storiche0409-6893.aspx

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